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Fobia sociale

L’ansia sociale o fobia sociale era un disturbo quasi sconosciuto fino a una ventina di anni fa e questo perché solo nel 1980 venne riconosciuto come un disturbo psichiatrico. Prima, i sintomi della fobia sociale erano considerati come normali e molto spesso scambiati con la timidezza e l’introversione. Il fatto che la fobia sociale arrivi in ritardo nella classificazione dei disturbi psichiatrici porta ad avere dati contrastanti circa la frequenza con cui tale disturbo si manifesta.

Quali sono i sintomi della fobia sociale?

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La fobia sociale si caratterizza per la presenza di paura marcata di una o più situazioni sociali o di richiesta di prestazioni nelle quali la persona è esposta a persone non familiari o al possibile giudizio degli altri.

La persona con fobia sociale teme, durante le situazioni sociali, di agire oppure mostrare sintomi di ansia come rossore, sudorazione o tremore, e che vivrà imbarazzo e vergogna perché gli altri se ne accorgeranno.

I sintomi che la persona con fobia sociale può avere sono simili a quelli dell’attacco di panico e provocare lo sviluppo di ansia anticipatoria che interferisce con le normali abitudini di vita della persona.

Quando la paura è rivolta alla maggior parte delle situazioni sociali si parla di fobia sociale generalizzata.

Come si manifesta la fobia sociale?

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Ciò che caratterizza la persona con fobia sociale è il timore che le prestazioni sociali possano esporlo ad un giudizio negativo da parte degli altri. Tale timore si manifesta nei confronti di sconosciuti o persone non familiari, o verso persone il cui giudizio è ritenuto importante per il soggetto.

Le situazioni sociali in cui la fobia si manifesta possono essere diverse: parlare in pubblico, mangiare, firmare, camminare, etc…

Secondo il modello cognitivo, alla base del disturbo sono presenti una serie di meccanismi cognitivi che giocano un ruolo importante per l’esordio e il mantenimento del disturbo.

Il più importante è la paura che le prestazioni possano esporre ad un giudizio negativo dell’altro.

Chiaramente questo timore assume connotazioni importanti perché il soggetto, nel momento in cui si relaziona con l’altro, parte da un desiderio di dare una buona impressione di sé.

La catastrofe temuta dal fobico sociale è il rifiuto e l’umiliazione da parte dell’altro e gli effetti di ciò sulla propria autostima.

Cosa succede quando la persona con fobia sociale che ha queste convinzioni affronta una situazione sociale?

Il timore di un possibile rifiuto o di un giudizio negativo attivano una serie di sintomi fisiologici tipici della vergogna (rossore, tremore, sudorazione) che segnalano il pericolo di un rifiuto o di un giudizio negativo. A questi  sintomi viene data un’interpretazione negativa perché diventano un modo attraverso il quale la vergogna che si sta provando diventa visibile all’altro e diventa dunque essa stessa oggetto di vergogna. (meta-vergogna).

Una volta partiti i sintomi, il fobico sociale inizia a concentrare sempre più l’attenzione verso se stesso e la propria attivazione somatica, trascurando invece gli altri. In questo modo ogni segnale proveniente dall’esterno, come ad esempio un’espressione facciale benevola, viene ignorato e non permette di disconfermare le ipotesi di partenza, ossia che l’altro sarà giudicante o rifiutante.

Per evitare che i segnali dell’ansia siano visibili a tutti la persona con fobia sociale mette in atto una serie di strategie che però si  rivelano molto spesso disfunzionali.

Il trattamento cognitivo-comportamentale della fobia sociale

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Nella terapia cognitivo-comportamentale della fobia sociale grande attenzione viene prestata ad alcuni elementi che giocano un ruolo chiave nel mantenere e rafforzare il disturbo; primo tra questi l’attenzione selettiva su di sé che aumenta l’attenzione sui sintomi somatici e allo stesso tempo non permette al soggetto di focalizzarsi sull’ambiente esterno e sugli altri.

Un altro ruolo importante è giocato dai fattori di protezione, meccanismi messi in atto con lo scopo di controllare i sintomi somatici ma che in realtà non fanno altro che aumentarli. Ad esempio immaginiamo un fobico sociale che, nell’intento di firmare un documento in presenza di altri, inizia ad avere tremore alle mani. Allo scopo di rendere meno evidente il tremore tenderà ad afferrare la penna con più forza: questo significa che introdurrà maggiore tensione muscolare e, piuttosto che alleviare il tremore, lo moltiplicherà.

Per questo motivo nella prima fase della terapia è necessario condividere la formulazione del caso con il paziente per renderlo consapevole di quanto i suoi comportamenti in realtà siano controproducenti per i sintomi ansiosi.

Un altro importante aspetto da considerare in terapia è l’infondatezza stessa dei pensieri che la persona ha circa la visibilità dei suoi sintomi. Per far capire alla persona che in realtà i sintomi che ha non sono visibili agli altri come lui crede si utilizza l’esposizione: in particolare possono essere utili registrazioni audio e video di se stesso mentre parla.

A livello cognitivo la situazione è un po’ più complicata perché non possiamo escludere il fatto che nella vita capiterà di essere giudicati o criticati in determinate situazioni sociali: quindi si deve optare per un’accettazione del rischio che ciò possa accadere. Quindi il terapeuta dovrà indirizzarsi verso una riduzione della vulnerabilità al giudizio e alla critica dell’altro attraverso una terapia metacognitiva interpersonale: ricostruire gli episodi di vita, attuali e passati, diventa un modo attraverso cui comprendere il perché nel momento attuale si è costantemente preoccupati di fare una buona impressione all’altro e di liberarsi da schemi che, se un tempo potevano essere adattivi, oggi si rivelano completamente disfunzionali.